Un’amena rivoluzione: Paesaggi Mirati 2

Ameno, va detto, è un borgo particolare, di nome e di fatto. Se un luogo è scelto da qualcuno ci sarà ben una ragione, fosse anche una strana coincidenza di fatti e persone. E’ un paesino del Cusio che si riscopre “centro di villeggiatura estiva”, benedetto dalla geografia benevola dei due laghi, d’Orta e Maggiore, tra cui sorge e da una relativa vicinanza con la metropoli (Milano o Torino).
Da qualche anno un gruppo di artisti, l’associazione Asilo bianco, ha preso casa quassù. Da allora tutto si sta muovendo. Grazie al loro instancabile lavoro organizzativo decine di artisti ne fanno meta di un pellegrinaggio periodico, entrando in contatto, scambiandosi reciproche esperienze, proponendo collaborazioni con gli artigiani/produttori/commercianti locali e rinnovando un calendario di iniziative sempre più diffuse nel territorio. Nasce così “Studi Aperti”, un festival delle arti che racchiude in sè tutta una gamma di possibilità espositivo-partecipative: ospiti internazionali, laboratori aperti al pubblico, concerti, performance, reading, côté gastronomici. Quest’anno ospiti 40 artisti e , grazie agli amici di da-a architetti, anche l’incontro col mondo dell’architettura e del design, che già l’anno scorso aveva avuto, con “Paesaggi Mirati”, un interessante prologo nella vicina Nibbiuno. Nel villaggio di Ameno (che è una specie di raffinato collage involontario tra patrizie residenze barocche miniaturizzate, surreale vernacolo romantico e sempre qualcos’altro) i giardini pubblici e alcune splendide dimore private condividono ed accolgono installazioni, mock-up sperimentali, oggetti, provocazioni. Ne sono autori 8 gruppi di progettazione italiani di varie ascendenze e propensioni, accomunati da un approccio disincantato ed al contempo ludico ai temi della sostenibilità ambientale, del riciclo dei materiali e delle energie rinnovabili. Il tema è: una nuova sensibilità va nascendo ed al contempo viene pesantemente cavalcata dal marketing universale dei prodotti in modo tale da rendere tutto eco-bio-qualcosa, tutto perfettamente naturale e rispettoso dell’ambiente. Uscire insieme dalla semplice propaganda e dalla professione di fede, significa cercare una nuova sensibilità estetica, una cultura profonda, aperta ed includente, dando nulla per scontato.
Sono incontri reali tra persone, oggetti, luoghi e idee sintonizzati su analoghe frequenze. La superfetazione libraria genera scarti editoriali, leggesi mattoni-di-carta fatti di libri mai letti perfettamente intonsi (c’è da crederci)? Ecco in due mosse il “book corner table”, disubbediente arredo del monumentale gazebo fin de siècle nel parco di palazzo Tornielli. Autore Giulio Iacchetti, da poco smontata la sua bellissima personale in Triennale a Milano. La carta, ancora, ha davvero un ciclo produttivo, una filiera chiusa? Si può scommettere sulla carta come materiale da costruzione/arredo come i maestri zen prevedevano già da tempo? E soprattutto come? Ecco quindi i lavori a reazione poetica di A4A nella magica villa Obicini (la proprietaria se ne è ovviamente innamorata). Poi la plastica: un chilo di plastica = 2 chili di petrolio? Rifacciamone parte del suolo da dove proviene e dimentichiamoci il petrolio. Ecco il progetto degli stessi curatori, da-a architetti, di un suolo secondo,”risuolo” appunto, una sorta di terrreno di un pianeta parallelo fatto con tutti gli scarti di produzione del nostro, punteggiato da grandi fit-ball viniliche (palle gonfiate care a bimbi e salutisti). Ma se vogliamo parlare di “naturale” allora viene da spiegarlo ai bambini/ragazzi/studenti (del tipo che ti chiedono il perchè di tutto e tu non sai rispondere). Quindi il corso, addirittura, di Architettura Naturale, scommessa riuscita di un coraggioso drappello di architetti del Politecnico milanese (Borella, Consalez, Perazzi, Rocca) sui temi di un architettura primordiale e futuribile coadiuvati da studenti-carpentieri dalla volontà indistruttibile, conoscitori di essenze legnose come dei loro telefonini. Se poi volete sapere come sta, come dice lo scrittore Beppe Sebaste, “l’ultimo simbolo di qualcosa che non si compra” e cioè la panchina, concentrato dello spazio publico, bè allora avrete due risposte. Una la danno i Ghigos con la loro “panca a dondolo” che mescola liberamente domesticità e urbanità, l’altra la dà Riccardo Blumer con una bianca e raffinata reinterpretazione delle panche in ghisa liberty. Sono oggetti che reagiscono, entrano in contatto con gli spazi, accolgono. “Mi casa, su casa” è l’ovvio, ma non banale benvenuto delle morbide sedute “Volumi volubili” dei torinesi Civico 13. Alla fine cadono i limiti che dividono il privato dal pubblico e tutto, si direbbe, diviene pubblico, aperto a tutti. Come lo sono le stagioni, l’acqua, il vento. Sotto la leggera brezza delle colline del Cusio vibrano così i fili tesi dallo Studio Paesaggisti Architetti di Gian Maria Sforza, creando una sorta di pergola concettuale ed evanescente, finale complemento di una passeggiata walseriana di metà luglio.

DA-A Architetti